05 – Attendere


Meditiamo sulle parole:

Attendere


Attendere, quante volte ci si è trovati nella situazione di dover decidere se attendere, per agire, o meno? Nella vita quotidiana capita piuttosto spesso, tutto sommato, ma quanti di noi davvero sanno aspettare il momento giusto per muoversi, per agire, per fare quello che siamo fermamente convinti vada fatto?

 

Scegliere il momento giusto non è mai una cosa facile: mille variabili entrano in gioco, e non per ultimo, subentra anche l’istinto che, spesso, contrasta con la logica che ci dice di attendere.  Allora cosa determina se attendere, o meno, sia la strada giusta? A dirla schietta: niente. Potrà anche ripetersi la stessa identica situazione nel tempo, ma questo non comporterà che se una volta attendere era la cosa migliore, farlo di nuovo sarà ancora la situazione ottimale.

 

Allora come decidere? Non credo esista un modo per determinare se attendere sia la cosa giusta da fare per ogni singola situazione a cui l’attesa può essere applicata.

 

  • Quella ragazza/o ci piace, glielo faccio capire subito buttandomi nella mischia, o aspetto di conscerlo/a meglio prima di fare la mia mossa?
  • Devo dare un esame in università: attendo la sessione successiva creandomi così la sicurezza di essere più preparato di ora, o mi presento giocando sul fatto che molto gioca anche la fortuna durante un esame?
  • Voglio cambiare macchina: compro subito con quello che le mie disponibilità mi permettono, o aspetto, risparmiando ancora per potermi permettere il mezzo che voglio, o ancora, mi indebito prendendola a rate.

 

Insomma, come potete vedere, la necessità di attendere, è molto più frequente di quanto non si immagini se ci si ragiona su.  Allora come comportarsi?

 

Sicuramente l’analisi attenta della situazione è un buon punto di partenza: capire quali differenze ci si prospettano, fondamentalmente, se attenderemo o meno? Questo sicuramente è il parametro più importante, anzi, spesso tutto si riduce a questo: mi conviene o no attendere? Molti non fanno questa considerazione e si muovono d’istinto, e spesso questo comporta dei problemi. Essere impulsivi, a volte, è positivo, ma nella maggior parte dei casi, non lo è affatto. 

 

Guai, poi, se siamo tipi compulsivi, per cui si tende a non pensare, ma a decede subito il da farsi!! La compulsività è un fattore sempre più presente ai nostri giorni. In questo mondo in cui tutto si muove vorticosamente, e sempre più in fretta, prendersi il tempo per ragionare sul, dover o meno, attendere sembra quasi anacronistico.

 

«Se il mondo corre perché io dovrei andare a passo di lumaca ed attendere? Rischi di perdere l’occasione che mi si è presentata.» Sono questi i pensieri più comuni che ci attanagliano quando c’è da decidere se aspettare o meno, che sia un giorno, una settimana o un mese: la prospettiva non cambia: percepiamo il rischio che qualcosa ci sfugga per non aver saputo muoversi in fretta,  subito.

 

Salvo poi dannarsi perché ci si è mossi di fretta,  senza pensare, senza considerare i pro ed i contro nell’attendere o meno di fare o no quella cosa.

Sembra quasi un duello senza uscita: se agiamo in fretta, sbagliamo, se agiamo con calma, e quindi attendiamo, rischiamo di aver sbagliato per un’apparente incapacità di muoversi al giusto ritmo.

 

Ed è forse in questa parola, ritmo, che tutto risiede. Ormai i nostri ritmi sono cambiati, essi si sono adattati al mondo tecnologico ed alla sua velocità. Respiriamo affannosamente, corriamo da un punto ad un altro, il tutto con la perenne sensazione che il tempo non sia mai sufficiente. Eppure per milioni di anni il tempo è sempre stato sufficiente per tutte le nostre necessità come procacciarci il cibo, trovare un/a compagno/a mettere su una famiglia, costruirsi un riparo e così via.

 

Cosa è cambiato in queste ultime decine di anni? Io ho 56 anni — ancora per qualche giorno 🙂 — e ricordo bene i ritmi, sia di quando ero un ragazzino, che di quando ero giovane. Non avevamo allora la necessità di fare tutto di corsa. Il tempo per fare i compiti era sufficiente, il tempo per giocare fuori con gli amici fino ad ora di cena era sufficiente, il tempo per frequentare i parenti era sufficiente, il tempo per stare insieme agli amici a chiacchierare era sufficiente.

 

Insomma non ho ricordi che in quel periodo avessi mai il dubbio se dover aspettare o meno, perché avevo altre priorità che non potevano assolutamente essere prorogate: potevo scegliere se fare questo o quello prima senza l’ansia di sbagliare sequenza.

 

Oggi invece vedo i giovani che sono dannatamente presi di continuo a decidere se aspettare di fare questo o quello, ma perché l’una cosa o l’altra rischia di essere fuori tempo massimo, se non fatta nel momento giusto.

 

E tutto questo sinceramente non mi sembra più vivere una vita da giovane spensierato, e trovo ridicolo che a 12/14/16 anni si sia già intrappolati nell’ansia di dover decidere perché nulla può aspettare, nulla può attendere.

 

È chiaro che i nostri ragazzi, da qualcuno, hanno imparato: loro sono la prima generazione che è cresciuta con questi ritmi, ma li hanno appresi da noi più grandi che abbiamo permesso, alla vita, di accelerare i nostri ritmi originali fino a farli diventare quelli che i nostri ragazzi prendono come esempio.

 

E secondo voi è una bella eredità questa? Oppure vi arrendete al fatto con la scusa che i tempi cambiano: o ti adegui o soccombi. Io non ci credo, e per questo ad un certo punto della mia vita mi sono imposto di tornare ai miei vecchi ritmi. Mi rendo conto che per alcuni posso apparire una persona che si muove con la velocità di un bradipo, ma la cosa non mi interessa: quello che mi interessa è che io viva bene.

 

Se ho una situazione che richiede un’analisi per capire se attendere o meno, voglio avere il tempo di poterla analizzare con i miei ritmi, non quelli del mondo odierno!! E posso dire con certezza assoluta che questo modo di fare mi ha solo ripagato in positivo sino ad oggi.

 

Qualcuno si chiederà come ci si riappropria dei propri ritmi, adesso che siamo adatti a quelli del mondo che ci corre intorno. Credo non esista un metodo valido per tutti. C’è chi si affida allo Yoga, chi al Tai Chi Chuan, chi si affida alle meditazioni in solitaria, chi alle meditazioni guidate. Ognuno deve trovare la propria strada, ed attendere per capire se porta i risultati che vogliamo. Se così non è si cambia metodo e si ricomincia con un altro metodo, e si aspetta per vedere se i risultati arrivano. 

 

Questo secondo me è uno dei modi, e visto che avendolo consigliato ad altre persone che alla fine hanno ritrovato il proprio ritmo,  immagino che il consiglio sia quello giusto.

 

Poi per carità ognuno si deve sentire libero di sperimentare quello che gli sembra porti migliori risultati, e non nel breve periodo, ma nel lungo!!

 

So, anche, che non è un percorso facile e so anche che, più siamo presi dai ritmi veloci odierni e più ci vorrà per recuperare i nostri ritmi originali. Il problema più grande però sta nell’insegnare ai giovani a riconoscere il proprio ritmo: loro non hanno un ricordo di un tempo che fu, sono cresciuti con questi ritmi, e faranno ancora più difficoltà di noi, a capire che trovare ritmi più lenti è necessario per rendere le loro vite più vivibili.

 

Certo adesso che sono giovani, con minori responsabilità, fare tutto di corsa per loro è naturale, ma questa naturalezza si schianterà un bel giorno in una situazione in cui si diranno «ahh avessi aspettato prima di fare quella cosa!!» 

 

Forse quello sarebbe il momento giusto per spiegare loro che i ritmi che stanno vivendo li bruciano più in fretta di quanto non sarebbe naturale. E comunque, cari genitori, non vi invidio: non sarà un insegnamento facile. Se l’aveste fatto mentre erano ancora piccolini sarebbe stato più facile per voi e per loro, ma farlo con un teenager sarà un computo decisamente arduo.

 

Anche per questa questione scatta il quando farlo, attendere o muoversi subito. Per come la vedo io dovreste muovervi il più in fretta possibile, ma aspettando che ci sia un fatto che scateni nel giovane la domanda del «perché non ho aspettato prima di farlo?»

 

Quello sicuramente sarebbe il momento migliore: ma ce la farete ad attenderlo?

 


Articolo precedente: 04 – L’inesperienza

 

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