04 – L’Inesperienza (adolescenziale)

L’Inesperienza (adolescenziale)

Inesperienza, brutta bestia: sicuramente una percezione, di noi stessi, con cui tutti abbiamo avuto a che fare, prima o poi nella nostra vita. Per quanto, però, la si conosca, come situazione, riesce a fare sempre paura, ad una sola condizione: che siamo coscienti di essere inesperti.

Se faceste due chiacchiere con un qualsiasi addetto alla risorse umane, restereste sorpresi di quante persone cercano di mascherare questa situazione, un po’ perché riesce a far sentire non all’altezza, un po’ perché di norma ad un colloquio, per un lavoro, pochi hanno l’onestà di dire che si è inesperti in un certo settore o campo. Di norma cerchiamo di far prevalere quello che sappiamo, lo mettiamo in evidenza, ci costruiamo i nostri curricula vitae, sperando che la nostra contro parte non incappi in un campo in cui siamo inesperti.

Ma è poi così un grande male essere inesperti in qualcosa? Se la risposta che avete dato è si, riuscite anche a spiegarvi perché avete risposto così? Nel partenopeo esiste un modo di dire noto, credo, in tutto il paese: «‘Nisciuno nasc’imparato!» che tradotto suona un po’ come «nessuno nasce esperto!». Allora perché avere vergogna, nel dire che una cosa non la conosciamo? Perché cerchiamo, spesso, di passare per esperti di qualcosa per la quale invece abbiamo l’ignoranza più crassa?

L’esagramma numero quattro, degli I-Ching, parla di stoltezza giovanile. La specifica del giovanile ha un suo profondo significato, ossia inesperienza non intesa in senso negativo, come per esempio il senso della parola ignorante come offesa, ma come situazione in cui non si sa una cosa e ci si appresta, con mentalità aperta ad apprenderla.

Apprendere, però, richiede anche una certa forma mentis che, sia l’allievo, che il maestro, in diversi modi, si devono porre:

Chi impara deve:

    • sapere di non sapere;
    • cercare una guida;
    • scegliere con cura le domande da porre;
    • ascoltare attentamente la risposta;
    • riflettere ed assicurarsi di aver compreso prima di chiedere ancora o qualcosa di nuovo..

Dal canto suo, chi insegna, deve:

    • aspettare tranquillamente finché lo si cerca. Non deve offrirsi da sé;
    • suscitare nell’allievo il desiderio di apprendere;
    • dare risposte chiare e precise;
    • riempire la inesperienza come l’acqua che riempie tutti gli spazi.

Sembrano cose scontate, ma spesso non lo sono, né per chi impara, né per chi insegna. I primi hanno fretta: vogliono imparare tutto e subito, e molto spesso si presentano, a chi loro insegna, con fare sufficiente e irrispettoso, come se il dover risolvere la propria inesperienza fosse quasi un fastidio.

Dall’altra parte chi insegna, a volte capita specialmente con gli insegnati più maturi o troppo giovani, si pone come l’unica vera fonte di saggezza, conoscenza e difensore di quella conoscenza che deve travasare; inoltre non prendendo in considerazione gli aspetti della vita che hanno portato, chi deve risolvere una propria inesperienza, alla loro presenza.

Va da sé che escludiamo, da questo discorso, gli insegnati delle scuole dell’obbligo: in quel caso gli allievi non sono venuti in cerca di una istruzione, ma sono costretti a farlo proprio perché di dell’obbligo si parla. Parlo, invece, di quei casi, più frequenti, che si presentano, quasi sempre, durante una attività lavorativa appena iniziata o che deve iniziare.

Dunque anche in questo caso ci troviamo nell’ennesima situazione di dualità: allievo ed insegnate, insegnate ed allievo. L’equilibrio tra queste due entità determinerà, o meno, se il percorso darà i frutti sperati da entrambi. Sebbene di norma sia l’allievo, quello con uno scopo più marcato dei due, resta il fatto che se non si instaura un giusto equilibrio, tra chi recepisce e chi insegna, allora si otterranno scarsi risultati se non addirittura, in casi particolari, nessun risultato.

Ai giorni nostri, poi, ci sono quelli che credono che un buon manuale o un buon sito da internet, possa sostituire un insegnate. Potrà essere vero in alcuni, molto pochi in realtà, casi, ma in linea di massima un buon manuale e/o un buon sito possono essere di aiuto, ma raramente potranno sostituire chi ha esperienza in un settore, e ti offre, a pagamento o meno, di consegnartela.

Prendiamo, per esempio, la programmazione. Ovunque su internet, nei forum, nei social dedicati, o ovunque altro, nella stragrande maggioranza dei casi vi sentirete dire che si può imparare a programmare da un manuale. Questo, in realtà, e vero solo in parte: si possono assimilare le tecniche, si possono imparare i comandi, ma chi vi spiegherà l’errore che impedisce al vostro programma di funzionare correttamente? Servirà sempre qualcuno, con più esperienza di voi in quello specifico settore, che possa trovare l’errore e spiegarvi perché l’avete fatto, come risolverlo, e se davvero avete capito, vi avrà anche trasmesso la lezione più importante: come evitare di incappare nello stesso problema in futuro.

Attenzione che questo discorso, però, non si applica solo a situazioni della nuova era del digitale, quindi alla programmazione, ma vale per qualsiasi campo: che stiate creando un programma, che stiate costruendo una cuccia in legno, che stiate esprimendo la vostra creatività con una vetrata multicolore, resta innegabile che si potrebbe apprendere il come si fa da un manuale, o sito che sia, ma se non avete qualcuno che ha già esperienza in quel tipo di lavoro, quando avrete un problema, di qualsiasi natura, non avrete chi vi aiuterà a capire dove avete sbagliato e come evitare, in futuro, di ripetere lo stesso errore, specialmente se si tratta di un errore più di concetto che di manualità!

Insomma: essere inesperti fa parte di noi stessi, chiunque noi siamo: possiamo essere esperti di molte cose, ma non di tutto, per cui dobbiamo sempre tenere a mente che, ci piaccia o meno, dipendiamo sempre da qualcun altro per poterci addentrare in una nuova attività, indipendentemente che sia ricreativa o lavorativa. Potrei fare un elenco enorme di cose che si possono iniziare come nuove attività, che possiamo apprendere da un manuale, o un sito, ma che funzioneranno fino a che non incapperemo in un, per quanto miserrimo, errore dovuto alla mancanza di esperienza, che invece, chi ha già fatto quel tipo di attività ha, per forza di cose.

Dal punto di vista opposto, anche chi ha esperienza in un settore può essere una persona che, a sua volta, può insegnare ad altri la propria esperienza; ma attenzione: sapere, non vuol dire sapere insegnare: sono due cose nettamente diverse!!

Chi si appresta a fare da insegnate, per qualsivoglia attività, deve mettere in conto che dovrà imparare ad insegnare. Vi starete domandando che diavolo significhi sapere insegnare. Beh tra il domandarsi cosa voglia dire o meno sta tutta la differenza tra un bravo insegnare ed uno pessimo!!

Io ci sono passato, nel senso che anch’io per molto tempo ho insegnato ciò che sapevo ad altri, ma mi ci è voluto un po’ per capire di cosa io avevo bisogno per poter essere colui che insegna. Avere l’esperienza non è assolutamente sufficiente: averla non vuol dire essere in grado di saperla trasmettere, per cui anche per chi insegna, inizialmente, si presenta la situazione dell’inesperienza che a questo punto avrete ormai capito, a chi più, a chi meno, capita a tutti di essere, ad un certo punto, inesperti su qualcosa!!!

Insegnare non è affatto facile: uno dei problemi più grossi da superare, o almeno per me è stato così, sta nel rendersi conto che ciò che per me era  scontato, non lo era assolutamente per chi era venuto da me ad imparare. Se non si capisce questo, non si sarà mai, non dico un ottimo, ma nemmeno un mediocre insegnate. L’insegnate deve mettersi nella testa della persona a cui deve insegnare: capire il suo passato scolastico, le sue esperienze passate, specialmente se vicine, ma non uguali a quelle che vuole apprendere.

Insomma insegnare è una di quelle cose, a mio avviso, che non tutti si possono permettere di poter dire di saper fare davvero. In ogni caso è buona norma che sia l’allievo a dire se il maestro sia capace, bravino, incapace o negato per l’insegnamento, non l’insegnate stesso! 

Come vedete quindi anche un insegnate deve affrontare l’inesperienza, il non saper fare, il dover imparare come qualcosa: l’insegnare per l’appunto in questo caso.

Concludendo: l’inesperienza non va vissuta come una cosa negativa, che ci porta a dover dipendere da altri, a mio avviso va vista come una opportunità per aprire la mente, capire un nostro limite e che abbiamo l’opportunità di rimuovere questo limite. E ripeto, non fa differenza se parliamo di diletto o di lavoro.

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